Grande Campania

L’aeroporto di Capodichino: il secondo del Mezzogiorno italiano

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L’aeroporto internazionale di Capodichino è il più grande dell’Italia Meridionale e il secondo del Mezzogiorno d’Italia dopo quello di Catania-Fontanarossa.

Si trova nei quartieri di San Pietro a Patierno e Secondigliano, al confine con Poggioreale, e a circa 4 chilometri dalla Stazione Centrale di Napoli. È ben collegato a tutti i principali aeroporti europei, tanto da offrire un elevatissimo numero di destinazioni con diverse compagnie tra cui Alitalia, Air Italy, EasyJet, Ryanair, Lufthansa, Air France, Wizzair, Volotea e Blue Air.

Perché si chiama Capodichino?

L’aeroporto di Capodichino prende il nome dall’antica collina che ha sempre fatto parte del paesaggio: era il transito obbligato per arrivare alla città da via Porta Capuana, una delle strade più antiche di Napoli, utilizzata principalmente dai mercanti e dagli agricoltori che portavano in città i prodotti delle colline e delle montagne. A Capodichino si arrivava percorrendo una strada molto pericolosa, stracolma di bestie feroci e ladri che cercavano, in tutti i modi, di rubare qualche soldo ai passanti. Questa zona per molto tempo, fu ritenuta quasi separata dalla città vera e propria e solo in età medievale entrò a far parte del circondario di Napoli.

La storia dell’Aeroporto di Capodichino

La storia dell’aeroporto ebbe inizio nel 1812, quando l’aeronauta francese Marie Sophie Blanchard, la prima donna pilota professionista, decollò con il suo pallone aerostatico tra lo stupore di tutti. La Blanchard era definita l’Angelo di Bonaparte in quanto Napoleone la voleva, insieme al suo pallone, a tutte le feste di Versailles. Una delle stradine adiacenti all’attuale aeroporto di Capodichino, infatti, prende il nome di Via delle Mongolfiere, probabilmente in onore a questa donna che ne ha fatto la storia.

Nel frattempo, passarono gli anni e le mongolfiere e i palloni cominciarono ad innalzarsi un po’ dovunque in città. Il 15 maggio del 1910 fu organizzato un raduno aeronautico che, tra i partecipanti, vide il francese Busson con un Blèriot XI, il belga Kinet con un Farman ed il pilota napoletano Ettore Sarubbi con il velivolo Napoli 1, costruito presso le Manifatture Cotoniere Meridionali di Poggioreale. La manifestazione fu un fiasco colossale: il Blèriot non riuscì a decollare, Sarubbi distrusse il carrello del Napoli 1 ed il Farman non riuscì a mettersi in moto. Gli spettatori, inferociti, travolsero le transenne e inseguirono i piloti facendo richiesta di rimborso. L’anno successivo ci fu la seconda edizione della manifestazione, alla quale partecipò anche Eduardo Scarfoglio, all’epoca direttore de “Il Mattino”. Nel 1912 si tenne, poi, un terzo appuntamento.

L’entusiasmo si spense durante il periodo bellico e riprese solo nel 1920, quando Capodichino vide la sua prima vera pista, utilizzata principalmente dalla 110° Squadriglia di difesa aerea, che portava la posta tra Napoli e Roma. Dopo sei mesi la pista fu dimenticata a causa del declassamento dell’aeroporto e diventò nuovamente attiva nel 1925, con l’inizio dei lavori per la realizzazione del complesso che avrebbe ospitato l’Accademia Aeronautica. Successivamente, gli eventi della Seconda Guerra Mondiale ridussero l’intero luogo ad un cumulo di macerie e, nel 1944, con l’eruzione del Vesuvio, il campo fu ormai inutilizzabile. Dopo il conflitto, nel 1948, fu ricostruito l’angolo sud, che diventò il Comando di Aeroporto e, agli inizi degli anni ’50, anche una palazzina per ospitare l’aviazione civile. Da quel momento in poi l’aerostazione si ingrandì pian piano, aumentando anche i traffici non solo nazionali, ma anche internazionali con i primi scali di British Airways, Air France Lufthansa ed altre compagnie.

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