Grande Campania

Il mito di Miseno, trombettiere di Enea

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Allor che giunti
Nel secco lito in su l’arena steso
Vider Miseno indegnamente estinto;
Miseno il figlio d’Eolo, ch’araldo
Era supremo, e col suo fiato solo

Possente a suscitar Marte e Bellona.
Era costui del grand’Ettor compagno,
E de’ più segnalati intorno a lui
Combattendo, or la tromba ed or la lancia
Adoperava Ettore ancise, come ardito e fido,
Seguì l’arme d’Enea: chè non fu punto
Inferiore a lui. Stava sul mare
Sonando il folle con Tritone a gara,
Quando da lui, ch’aschio sentinne e sdegno
(Se creder dêssi), insidïosamente
Tratto giù da lo scoglio ov’era assiso,
Fu ne l’onde sommerso. Al corpo intorno
Convocati già tutti, amaro pianto
Ed alte strida insieme ne gittaro;
E più de gli altri Enea.  […]

Poichè fu pianto, in una ricca bara
Lo collocaro, e di purpuree vesti
De’ suoi più noti e più graditi arnesi
Gli feron fregi e mostre e monti intorno. […]

Oltre a ciò, fece Enea per suo sepolcro
Ergere un’alta e sontuosa mole,
E l’armi e ’l remo e la sonora tuba

Al monte appese, che d’Aerio il nome
Fino allor ebbe, ed or da lui nomato
Miseno è detto, e si dirà mai sempre.

Queste sono le parole utilizzate dal maestro Virgilio nel libro VI dell’Eneide per descrivere la morte di Miseno e la successiva nascita del promontorio a lui dedicato.

Il mito

Come già illustrato nel testo, Miseno era figlio del dio dei venti, Eolo, e fedele compagno di Enea, al cui fianco combatteva, sia con le armi che con la tromba. La morte del trombettiere dei troiani era stata già prevista dalla Sibilla, il misterioso oracolo di Cuma, come necessario sacrificio per permettere l’accesso di Enea all’Ade, la cui porta si trovava nel Lago d’Averno.

Miseno andò incontro alla morte  peccando di ὕβϱις (termine greco, tòpos della tragedia greca, che indica l’eccesso, l’insolenza), perchè egli, comune mortale, osò sfidare in una gara di tromba gli dei, compiendo un gesto arrogante che voleva andare oltre i limiti imposti dalla natura e dalle intoccabili divinità. La punizione non tardò ad arrivare ed infatti Tritone, figlio del dio del mare Poseidone, lo affogò ed il suo corpo venne ritrovato sulla battigia, esanime, dai suoi compagni. I troiani iniziarono quindi, come da tradizione, la solenne celebrazione funebre e lo onorarono lavandolo, ungendolo di oli e collocandolo in una sontuosa bara assieme agli oggetti a lui più cari. La salma nel feretro venne, poi, bruciata in una pira, assieme ad incensi, liquori e cibi. Una volta calmate le fiamme, il personale contributo di Enea, il più grande amico di Miseno, fu quello di erigere, su ciò che rimaneva dei resti del suo fedele compagno, un vero e proprio monte al quale appese le armi, il remo e la sonora tromba che una volta gli appartenevano.

Il luogho del mito

Le parole di Virgilio, e di tanti altri antichi poeti, hanno scolpito le coste partenopee a suon di leggende. Numerosi sono, infatti, i luoghi che affondano le origini in incredibili storie che intrecciano il mito e la magia con la realtà.

Protagonista del racconto contenuto nel VI libro dell’Eneide è, appunto, il meraviglioso promontorio a picco sul mare di Miseno, collocato nella punta estrema del litorale flegreo. L’altura, che si trova a 164 metri sul mare, offre ai visitatori una vista mozzafiato che permette di ammirare, oltre che lo spettacolare golfo di Napoli con tutte le sue isole, i particolari laghi, come Lucrino ed Averno, disseminati nell’area flegrea.

È meraviglioso passeggiare, sia d’estate che d’inverno, sulla lunga lingua di sabbia che si trova ai piedi del promontorio, e trovare refrigerio, nei mesi più caldi, tra le cristalline acque del golfo.

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