Grande Campania

Giambattista Basile, patrimonio mondiale della fiaba

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“… Fa pigliare lo core de no drago marino e fallo cucinare da na zitella zita, la quale, a l’adore schitto de chella pignata, deventarrà essa perzì co la panza ‘ntorzata; e cotto che sarrà sto core, dallo a manciare a la regina, che vedarrai subbeto che scirrà prena comme si fosse de nove mise…”.

da La cerva fatata

Lo Cunto de li Cunti, overo tratenimento de’ peccerille” è una raccolta di 50 fiabe scritte in lingua napoletana da Giambattista Basile, edite tra il 1634 e il 1636 a Napoli.

Biografia

Poche e incerte sono le notizie sulla sua vita; quello che è sicuro è che nacque a Giugliano in Campania nel Febbraio del 1566 e che, raggiunta la giovinezza, emigrò dal suo paese e vagò per l’Italia per diversi anni, arruolandosi come soldato mercenario al servizio della Repubblica di Venezia, spostandosi tra questa e Candia (l’attuale Creta).

Al 1604 risalgono le prime notizie sulla sua produzione letteraria: l’anno seguente, infatti, venne messa in musica la sua villanella “Smorza crudel amore“. Rientrato a Napoli nel 1608, pubblicò il poemetto “Il pianto della vergine” e il dramma in cinque atti “La venere addolorata“. Qui fu governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali, tra cui Avellino, Montemarano e Lagolibero. Morì nella sua città natale il 23 Febbraio 1632, dopo aver compiuto 66 anni, e venne sepolto nella chiesa di Santa Sofia.

Opere

La sua opera più famosa è il già citato Cunto de li Cunti. È conosciuto, in realtà, anche con il titolo improprio, ma significativo, di Pentamerone: improprio perché non è quello che gli assegnò l’autore, bensì il curatore nella dedica della prima giornata; significativo perché allude agli stretti rapporti che lo collegano al Decameron di Boccaccio.

Il rimando a Boccaccio è chiaro, oltre che nella struttura, anche nell’appello iniziale del narratore alle “femene” (le donne, destinatarie prime dei racconti), nella presenza di una brigata di narratori e in tantissime altre scelte di stile.

L’opera è composta da 50 fiabe, distribuite in 5 giornate e narrate da 10 novellatrici; ogni racconto presenta la stessa struttura e la stessa logica: come incipit e chiusura c’è un proverbio che ha il compito di smorzare il tono audace e forte della narrazione.

Anche i personaggi sono diversi dal solito: la brigata, per esempio, non è più quella degli aristocratici giovani che trascorrono il loro tempo in piacevoli diletti, ma fatta di donne del popolo, mentre le novellatrici sono deformate in modo grottesco, secondo un gusto barocco, come suggeriscono anche i nomi e gli appellativi che le caratterizzano: Zesa scioffata (sciancata), Cecca storta, Meneca vozzolosa (gozzuta), Tolla nasuta, Popa scartellata (gobba), Antonella bavosa, Ciulla mossuta (labbrona), Paola sgargiata (strabica), Ciomettella zellosa e Iacova squaquarata.

Basile, nell’opera, introdusse, per la prima volta, fiabe che saranno d’ispirazione, in seguito, per tantissimi autori, tra cui i fratelli Grimm e Perrault. Le prime versioni di “Raperonzolo“, chiamata da Basile “Petrosinella“, de’ “Il gatto con gli stivali“, di Cenerentola e de’”La Bella Addormentata“, chiamata “Sole Luna e Talia“, infatti, sono proprio dell’autore giuglianese, che, con il suo stile unico, cupo e inquietante, ha dato vita a fiabe molto diverse da quelle che eravamo abituati a sentirci raccontare da bambini, prima di andare a dormire.

 

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