Grande Campania

Dall’alto del Monte Faito: dove la vista è meravigliosa

Il Monte Faito è il punto più alto dei monti Lattari e segna l'inizio della penisola sorrentina. Da lassù, la vista è spettacolare!

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 Monte Faito fa parte della catena montuosa dei monti Lattari ed è alto 1.131 metri.

Il monte attrae numerosi turisti in tutte le stagioni: nei periodi estivi per cercare un po’ di frescura e in quelli invernali per rilassarsi e godere di pace e tranquillità.

Si tratta di un luogo che interessa per la bellezza del paesaggio, per il turismo e per motivi religiosi.

Paesaggio del Monte Faito

Dall’alto dei suoi tanti metri si può contemplare il golfo di Napoli con una vista a 360 gradi e si ha quasi la sensazione di poter toccare con mano tutto il nostro territorio, Vesuvio compreso.

Svariati sono gli itinerari da percorrere, come quello da “Campo del Pero a monte Cerasuolo”, che inizia da una meravigliosa pineta, o quello da “Campo del Pero alla Croce della Conocchia” in cui si passa per la “Casa del Monaco”. O ancora “Il circuito del Monte Cerasuolo” da cui si vede molto bene Positano e quello di “San Michele”, noto per la sorgente d’acqua santa.

Chi non ama fare trekking in montagna, può anche scegliere il modo più veloce di arrivare in cima, ossia la funivia o “pannarella”, dalle cui vetrate la salita diventa spettacolare! La funivia parte dalla stazione di Castellamare di Stabia e in solo otto minuti arriva sulla vetta. Venne inaugurata nel 1952.

Monte Faito

Indipendentemente dalla scelta, il contatto con la natura, i boschi, la vegetazione e gli animali è assodato!

Infatti il monte si chiama Faito da “faggete”, cioè foreste di faggi e Faito deriva da una qualificazione popolana. Alcuni di questi alberi hanno perfino 400 anni.

Importante è dunque la produzione di legno con cui Ferdinando I delle due Sicilie fece costruire il Cantiere navale di Castellamare di Stabia da cui è nata la famosa nave Amerigo Vespucci.

Fondamentale era anche la produzione di ghiaccio: in inverno, fogliame e neve ricoprivano grandi fossati e con il passare del tempo diventavano ghiaccio usato per conservare i cibi. Intorno ai fossati ricoperti di neve, gli alberi più grandi  avevano la funzione di donare un po’ d’ombra e freschezza soprattutto quando iniziava il caldo. Quest’attività era chiamata “industria della neve” ed era praticata già dai romani. Il detto ” Te piace o vino ca’ neve” deriva proprio da quell’attività.

Pizzo di San Michele

La sommità del monte è chiamata “molare” per la sua forma, ma anche “Pizzo di San Michele” ed è parte del trittico dei monti “Sant’Angelo ai tre pizzi”.

Monte Faito

Il nome “Pizzo di San Michele” è per il santuario di “San Michele Arcangelo” lì ubicato. Si racconta che Sant’Antonino scappò dall’abbazia di Montecassino a causa del saccheggiamento longobardo (fine VI secolo) e giunse a Stabia. Lì fu accolto dal vescovo Catello che gli affidò la diocesi in modo da poter vivere tranquillamente e dedicarsi alla contemplazione sui monti. Lo stesso vescovo lo raggiunse poco dopo. I due poi sognarono San Michele che disse loro di costruire una cappella in suo onore e così lo ascoltarono. La costruzione fu in legno con il tetto in piombo, offerto in donazione dalla Santa Sede.

Monte Faito

Successivamente, il vescovo Catello fu però accusato di stregoneria e imprigionato a Roma, ma riuscì a ritornare sul monte dove si dedicò all’ampliamento della chiesa mentre Antonino fu nominato abate del monastero benedettino di Sorrento.

I problemi non cessarono ed infatti nel 1689 un fulmine colpì l’edificio, provocando la caduta del tetto.

Per non bastare, nel 1818, un incendio devastò il santuario.

Miracoli

Molti furono dunque i lavori di riparazione ma altrettanti i miracoli. Uno di questi è conosciuto come “il miracolo della sudorazione della manna”. Nel 1558, un gruppo di fuggitivi si rifugiò sul monte per sfuggire al pericolo dei Turchi a Sorrento e chiedere una mano a San Michele, la cui statua iniziò a sudare. Il giorno dopo gli invasori liberarono la città.

Il giorno di San Catello, bellissimi tulipani ricoprirono il prato della Chiesa e il fiore era impossibilitato a crescere in quelle zone, soprattutto a gennaio.

Il miracolo della sudorazione venne poi ripetuto qualche giorno dopo l’incendio, quando Ferdinando II era lì in vacanza.

Nel 1703, San Michele fu proclamato compatrono di Castellamare di Stabia.

E uno degli itinerari maggiormente percorso è quello degli angeli, che ripercorre il cammino di Catello e Antonino.

Svariati sono gli alberghi, i luoghi di ristoro, i bar e le aree pic-nic dove potersi rilassare.

L’altitudine giova alla salute…per il resto: pensaci tu, San Michele!

 

Fonti foto: Napoli turistica.com, stabiaholidayshouse.it, dreamtrip.it

 

 

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